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Trapianto Pediatrico. Gode di ottima salute ed ha vicino al suo lettino la sua mamma, la bambina danese, di non ancora un anno, operata a Bergamo di trapianto di fegato, trasferita a metà aprile dal Centro Trapianti di Copenaghen agli Ospedali Riuniti, unico centro in Europa insieme al Kings College Hospital di Londra ad accogliere i bambini danesi bisognosi di trapianto di peso inferiore ai 12 chilogrammi.
Affetta da atresia delle vie biliari, la bambina, è stata sottoposta a trapianto di fegato lo scorso 4 maggio dall’èquipe diretta da Michele Colledan che, con la tecnica split, ha utilizzato per l’intervento metà del fegato di un donatore adulto. Dopo un breve ricovero in terapia intensiva pediatrica, la bambina è ora degente nel reparto di pediatria, affidata alle cure dell’èquipe del dott. Giuliano Torre.
“L’intervento alla bambina danese - sottolinea il direttore generale degli Ospedali degli Ospedali Riuniti di bergamo dott. Carlo Bonometti, - dimostra l’efficienza delle collaborazioni tra ospedali italiani d’eccellenza e il resto del mondo. Per Bergamo rispondere alla Danimarca è stato naturale: la storica vocazione a partnership medico scientifiche, l’elevato volume di attività di trapianto di fegato in bambini così piccoli del nostro centro e i risultati pubblicati in ambito scientifico ci pongono in posizione leader in Europa, permettendoci, grazie anche all’impiego estensivo della tecnica split di divisione del fegato del donatore e la straordinaria organizzazione del NITP, di trapiantare tutti i bambini che ne hanno bisogno con un tempo medio di attesa di circa due mesi, senza mortalità in lista d’attesa per le malattie croniche”.
L’intervento alla bambina danese rappresenta una conferma di "migrazione sanitaria" dall’estero verso l’Italia. L’ospedale di Bergamo, nell’area dell’attività di trapianto di fegato pediatrico, dove soddisfa il 50% del fabbisogno nazionale, ha sempre più dimensione internazionale. Da circa dieci anni, ad esempio, l’èquipe diretta da Michele Colledan opera con continuità bambini sloveni e il centro di Copenaghen ha già chiesto disponibilità per altri piccoli pazienti. “Nonostante le cure - aggiunge il chirurgo Michele Colledan, direttore dell’unità di Chirurgia III e del Centro trapianti di fegato e polmone degli Ospedali Riuniti di Bergamo - la bambina era in gravi condizioni, con una insufficienza epatica ormai in fase terminale. Arrivata in Pediatria a Bergamo, l’insufficienza epatica è stata compensata per un mese, fino a quando un ulteriore peggioramento ne ha reso necessario il trasferimento in terapia intensiva. Fortunatamente, grazie ad un donatore, è stato possibile intervenire in tempo con l’esecuzione del trapianto. La piccola ha reagito molto bene all’intervento. Fra poco potrà crescere, giocare, studiare, fare sport e da grande, lavorare ed avere una famiglia. Credo che ancora una volta siamo riusciti a valorizzare al massimo il grande e prezioso gesto della donazione”.

Dopo un trapianto potrebbe arrivare la 'carta d'identità antirigetto' che, basandosi sull'analisi di un pugno di geni, rivela se il paziente avrà o meno bisogno di una terapia antirigetto e a quali dosi. Infatti al Lucile Packard Children's Hospital e alla Stanford University School of Medicine in California sono stati scoperti 33 geni legati al rischio di rigetto: questi geni si attivano diversamente nei pazienti definiti 'tolleranti', ovvero quei fortunati che dopo un trapianto non hanno bisogno di terapia antirigetto. Diretto dalla nefrologa pediatra Minnie Sarwal e pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, lo studio potrebbe non solo fornire la chiave per personalizzare la terapia antirigetto, ma anche suggerire nuove terapie e dare uno strumento diagnostico per prevenire il rigetto. Dopo un trapianto, per evitare che l'organismo ricevente rigetti l'organo nuovo, il paziente deve assumere una terapia antirigetto, farmaci che 'sopiscono' il sistema immunitario evitando che riconosca come estraneo e attacchi l'organo. I farmaci però, proprio perché indeboliscono le difese del corpo, mettono il paziente a rischio di infezioni o cancro. I pazienti tolleranti non hanno bisogno di farmaci antirigetto, il loro sistema immunitario ha evidentemente 'accettato' il nuovo organo e non lo attacca, ma il motivo di ciò finora era rimasto un mistero. Gli esperti Usa hanno eseguito un'analisi genetica ad ampio spettro su un gruppo di pazienti reduci da trapianto di reni: alcuni erano tolleranti e non facevano terapia, altri assumevano i farmaci e stavano bene, altri invece nonostante i farmaci erano andati incontro a rigetto. La differenza nelle loro reazioni sta nell'attività di 33 geni la cui funzione però non è stata ancora identificata ma che, ipotizza Sarwal, potrebbe essere legata allo sviluppo delle cellule immunitarie deputate a scovare corpi estranei nell'organismo. I pazienti tolleranti hanno un pattern specifico di attività di questi geni ed è probabilmente questo che conferisce loro la possibilità di non prendere i farmaci. Ed anche i pazienti che fanno terapia e stanno bene hanno un pattern caratteristico di attività dei 33 geni. Tali geni sono quindi importanti nel regolare le reazioni del rigetto e ciò sarà utile non solo per personalizzare la terapia, a seconda della 'carta d'identità genetica antirigetto di ogni paziente, ma anche per trovare nuovi bersagli per cure mirate.

 I risultati di uno studio  pubblicato su Lancet e diffuso in Italia dal Centro Studi Comunicazione Farmaco, suggeriscono che lo screening ordinario di campioni di sangue per individuare RNA virali nei donatori di organi e tessuti che non hanno segnali evidenti di malattie cliniche potrebbe ridurre il rischio di trasmissione di malattie tra i riceventi del trapianto. La presenza nel sangue di anticorpi contro malattie virali tipo HIV e epatite C è il metodo convenzionale per valutare se un individuo è sicuro per essere un donatore di organo o tessuto. Ad ogni modo questo approccio è limitato; alcuni donatori possono essere infettati da un virus ma non aver ancora "sieroconvertito" (cioè non hanno ancora mostrato una piena risposta immunitaria all'infezione producendo anticorpi), mettendo così a rischio i riceventi del trapianto. Jean-Michel Pawlotsky (Hopital Henri Mondor, Paris, France) e colleghi hanno valutato se il test dell'acido nucleico (NAT) potesse individuare l'HIV RNA o il virus dell'epatite C (HCV) RNA in una vasta serie di donatori di organo e tessuto sieronegativi, e se questa tecnica dovesse essere usata di routine per migliorare la sicurezza virale dei trapianti. I ricercatori hanno preso in considerazione 2236 donatori di organo, 636 donatori di tessuto, e 117 donatori di cornea. Sono stati identificati 5 donatori HCV RNA positivi tra 2119 donatori di organo HCV sieronegativi, e un donatore HCV RNA positivo tra 631 donatori di tessuto HCV sieronegativi. Non è stato identificato nessun donatore HIV sieronegativo, HIV RNA positivo. Dr Pawlotsky commenta: " i nostri dati, insieme ai casi riportati di trasmissione di HCV a riceventi da un donatore sieronegativo HCV RNA positivo, suggeriscono che lo screening di routine NAT di donatori di di organo e tessuto potrebbe aumentare la sicurezza virale nell'impostazione dei trapianti."

Una nuova sostanza antirigetto  per chi è stato sottoposto ad un trapianto sta dando degli ottimi risultati e potrebbe rappresentare una svolta nella medicina dei trapianti. La sostanza non ha ancora un nome ma una sigla (CP-690,550) ma è stata già testata con ottimi risultati sui topi e sulle scimmie che, rispettivamente, avevano ricevuto cuore e reni. La sostanza riesce a bloccare con efficacia il rigetto degli organi trapiantati e non da' effetti collaterali. Secondo il capo della ricerca Paul Changelian della Scuola di Medicina della Stanford University, la cui ricerca ha avuto spazio sulla rivista Science, il segreto del suo successo è da riferire alla estrema specificità della sostanza, che blocca solo la molecola dell'organismo che innesca la reazione di rigetto dell'organo ma non disturba altre molecole del sistema immunitario. Il rigetto dell'organo avviene perche' il sistema immunitario dell'organismo entra in allarme riconoscendo come qualcosa di estraneo e, quindi, potenzialmente pericoloso, l'organo trapiantato. Le difese dell'organismo si azionano manovrate da un enzima, la molecola Janus Chinasi 3, la cui funzione e' quella di attaccare sulla struttura di altre molecole delle 'etichette' fatte di gruppi fosfato. Questo processo induce le molecole 'etichettate' a svolgere a loro volta le proprie funzioni. Se Janus viene disattivata dal farmaco sperimentale queste molecole non iniziano a funzionare ed il rigetto dell'organo non avviene. Tutti i farmaci fino ad ora prodotti non sono cosi' specifici ma vanno ad interferire col sistema immunitario senza fare una vera selezione di cosa andare a colpire, per questo danno molti effetti collaterali. Ora il passo successivo da compiere per i ricercatori sarà quello di perfezionare l'uso del farmaco sulle scimmie, diminuendone le dosi senza pero' perdere in efficacia nei risultati. Se quest'ultimo passo darà buoni risultati, allora sarà possibile passare alla sperimentazione sull'uomo.