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Il trapianto d'organo è un intervento di estrema necessità, che deve essere riservato a pazienti per i quali non sussistano più possibilità terapeutiche, mediche o chirurgiche, d'altro genere. Gravità dell'affezione dell'organo in questione e aspettativa presuntiva di vita del paziente sono i due fattori determinanti nella programmazione dell'intervento. Perché il trapianto abbia ragionevoli possibilità di successo immediato e duraturo, è indispensabile che non esistano malattie generali importanti o serie compromissioni di altri distretti od organi. La personalità del paziente e il suo giusto equilibrio emotivo e psicologico, le condizioni ambientali in cui vive, sono fattori essenziali per il successo. Stabilito che un paziente può essere candidato al trapianto d'organo, rimangono da stabilire i tempi dell'intervento. È questa una decisione di estrema delicatezza perché, considerata l'alea ancora elevata di decessi che questo tipo di interventi comporta, è da escludere l'esecuzione precoce di un trapianto; l'operazione è d'altronde certamente inutile, se troppo tardiva, quando sono già esaurite le capacità generali di recupero del paziente. È essenziale ribadire, a questo proposito, che il trapianto d'organo è un mezzo terapeutico in cui il lavoro di équipe assume la massima importanza: l'atto chirurgico non è altro che uno dei tempi (e forse neanche il più importante) di una serie di azioni coordinate, plurispecialistiche, che vedono affiancati al chirurgo, l'anestesista, il cardiologo, il nefrologo, l'analista, l'immunologo, il genetista |
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